Una bomba per cintura

di e con Marco Gobetti                            

 

   

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Sabato 3 novembre 2007 ore 18.00

Rassegna Valenza Alchemica
Centro San Rocco

Piazza Statuto - Valenza (AL)


Martedì 4 settembre 2007 ore 21.30
(prima regionale)
Rassegna Temporanea 07
Palazzo Piozzo
Via Gallo 1/a Rivoli (TO)
Posto unico 4 Euro
Informazioni: ACTI Teatri Indipendenti
tel. 011/5217099
e-mail info@teatriindipendenti.org

www.teatriindipendenti.org
Ufficio Cultura Comune di Rivoli tel. 011/9511681-6


Venerdì 13 e sabato 14 aprile 2007 ore 21 
(prima nazionale)

Venezia - Festival Dissezioni
Teatro Fondamenta Nuove -
 
 

* * *        

 

"Kamikaze non si nasce. Forse si diventa.
E non e' vero che non importa come: importa sempre come.
Ma importa a pochi".  Un operaio

Un operaio scrisse queste parole nella prima pagina di un documento in formato word.
La storia non consiste però in ciò che l’operaio scrisse nelle pagine successive.
La storia è il fatto e il modo in cui le scrisse: su un computer palmare, nel cesso di una fabbrica.
L' operaio il pomeriggio di un venerdì d’estate non uscì dalla fabbrica e si rintanò nel cesso. Lì trascorse il fine settimana, scrivendo per due giorni e tre notti su un computer palmare e facendo precise richieste: se queste non fossero state accettate entro le ore 6 del lunedì successivo, l'operaio si sarebbe fatto esplodere con il cesso, i muri e le macchine della fabbrica.
Questo è un fatto realmente accaduto, ma nessuno lo sa e nessuno lo saprà mai. Perché nessuno è autorizzato a crederci.

 

***


Un giorno in cui tutto mi sarei aspettato tranne che qualcuno mi mandasse una e-mail. Proprio in quel giorno un operaio mi inviò una e-mail.
Non lo conoscevo e non lo conoscerò mai. Ma ho imparato a rispettarlo.
Le parole di questo copione vogliono essere un omaggio alle parole della sua e-mail.
Anche perché sono lo spettacolo della sua e-mail.
E la sua e-mail è stata lo spettacolo della sua vita.
Questo copione è il primo dei tanti che riscriverò di replica in replica, a seconda dei visi che mi troverò e mi sarò trovato di fronte. E dei cibi che avrò mangiato. E dei vini che avrò bevuto o non bevuto. E dei pezzi di vita che avrò vissuto.
Questo copione è stato fatto per essere disfatto.
L’autore della e-mail tace consenziente, perché è terra da tempo. E perché comunque, essendo libero, sorride sovente.

Marco Gobetti, da una nota che precede il copione


Le basi e l’urgenza del dire

Ad un secolo dalla conquista delle otto ore lavorative, è in atto nelle fabbriche una subdola rigenerazione degli atti di potere, di quel silenzioso e logorante mobbing che è il terrorismo psicologico fatto di sguardi, urla - o "non sguardi" e silenzi - e meccanicistiche disumanità. Atti di potere taciuti e sottovalutati, che l'ingresso dell'informatica nell'industria - con l'inevitabile ulteriore annacquamento delle relazioni fra le persone - ha definitivamente offuscato, creando robot perfettamente mascherati:  semidei imbellettati competenti e rassicuranti da una parte e uomini sani saggi tranquilli e felici dall'altra.

Oggi accade spesso che per gli operai, i pensieri e i sogni  - nell'attimo stesso in cui nascono - si trasformino rispettivamente in peccati gravi ed illusioni.

Le fabbriche sono specchio fedele della società occidentale contemporanea, fiera dei suoi due fondamentali ingredienti:

- una classe dirigente spaccona impreparata ed arrancante, manovrata da uno stato maggiore furbo sprezzante e interessato;

- una cittadinanza licenziata da anestetici ora dolcissimi ora amarissimi, vittima e artefice del proprio inarrestabile precariato culturale.

Fra i due ingredienti un muro pesantissimo, reso perfettamente invisibile ad arte, da forze superiori molto terrene.

Occorre smettere di bere spettacolo e di dare spettacolo: urge diventare spettacolo, ritornando ad esistere.

Recuperare passato e presente, per agire pacificamente ma intelligentemente. Lavorare non per sopravvivere, ma per vivere guadagnando futuro.


Scrisse un operaio: 

“(…) Ci sono vicende che accadono solo per essere conosciute. Perché altri le sappiano. E questo succede sia a vicende reali sia a vicende inventate. Quando qualcuno conosce queste vicende, senza accorgersene perde un pezzo di carne. Ma ne nasce subito un altro. Conoscere una di queste storie vuole dire rinnovare un pezzo della propria carne. Sono storie che hanno a che fare con la carne di chi le conosce nella misura in cui esistono per essere conosciute. Ecco. Questo è il senso: la carne. E' qualcosa di incomprensibile. Ma c'entra la carne. (…)
Questa storia è una di un quelle lì, di quelle che c'entrano con la carne.
Ora comincio. (…)”

Pezzi della storia

L’operaio scrisse quelle parole nella prima pagina di un documento in formato word.
La storia non consiste però in ciò che l’operaio scrisse nelle pagine successive.
La storia è il fatto che lui le abbia scritte e il modo in cui le ha scritte: su un palmare, nel cesso di una fabbrica. L'operaio il pomeriggio di un venerdì d’estate non esce dalla fabbrica e si rintana nel cesso. Lì trascorre il fine settimana, scrivendo per tre notti e due giorni su un computer palmare.

“(…) Vi assicuro che sovente un operaio va al cesso per scrivere su un palmare, oltre che per cacare e pisciare. Ogni rima è casuale. L’assonanza no. Perché vale.
Approfondire il concetto. Sconfessare gli approfondimenti futuri.
No. Via il corsivo. Niente note. Tanto poi il testo non lo rivedo. Sarà come sarà. Non ci saranno tagli. Non integrazioni. Non correzioni. Sarà la vita di qualche giorno. E la vita non si rimaneggia. Al massimo si ricorda. Non sorridete vi prego. Niente romanticismo. Giuro che non vi racconterò di quando ero bambino.
Non guardatemi così. Non sono su quei fogli che leggete. E neppure nella vostra mente. Sto scrivendo su un piccolo schermo. In un cesso di fabbrica.
Non vi racconterò di quando ero bambino. I ricordi li ho precipitati nella turca, con l'ultima cagata.
Sto nel cesso e scrivo su un palmare.
E’ l’unica rivolta utile rimasta, perché è inconsueta e segreta. Non dichiarata.
Questa è davvero una frase da ricordare. Da non far precipitare.
E' l'unica rivolta utile rimasta, perché è inconsueta e segreta. Non dichiarata.
E' l'unica rivolta utile rimasta, perché è inconsueta e segreta. Non dichiarata.
Il copiaincolla è comodo ma a volte ti frega. Parte da solo. Non importa. Repetita iuvant. Ho fatto il classico. Ne sono sempre stato orgoglioso.
C'è l'operaio che al cesso si riposa, che mangia la brioche, che si gratta le braccia o il naso, che fuma la sigaretta, che si lava le mani dieci volte, che guarda di fronte senza sapere chi o che cosa.
Io scrivo su un palmare. Sto al passo con i tempi io. Piccolo computer. Possibilità nascosta.
La sirena è suonata dieci minuti fa. Gli altri operai se ne sono andati via. (…)” 


Per mezzo del palmare, dal cesso della fabbrica fa precise richieste: se non verranno esaudite, all’alba del lunedì compirà un gesto estremo.

“ (…) Ieri ho cancellato tutti i file dal computer palmare. Mi dispiaceva che rischiassero di saltare in aria. Meglio gettarli in un cestino. Poco doloroso perché virtuale.  Il cestino del computer. Il cestino silenzioso che si svuota con un clic. Niente passi camminando verso altra immondizia. Un gesto del dito. Raccolta utilmente indifferenziata. Il tuffo nel nulla senza fatica per niente e nessuno. Vabbe’.
Anche per questo mi serve la puzza di merda. Piscio e merda. Ricorda il reale. non parlo di monarchia”.

 
La drammaturgia

Scrive ancora l’operaio:

(…) Dirò banalità. Ora le dirò. Ma il cesso mi salverà.
Perché tanto valgono doppie. Le banalità. Conta il cesso intorno. Non conta chi le dice. Io sono niente. Conta il vento intorno. La puzza non solo nel naso. Conta da dove e per chi e quando qualcuno dice qualcosa (da dove è un cesso di fabbrica, per chi sei tu che leggi, quando è luglio dell’anno che saprai alla fine dalla data che scriverò prima di chiudere il file e mandarlo via e-mail). Tanto tutto è già stato detto. E nulla viene perdonato se somiglia anche un pochino a qualcosa già detto.
Qualunque cosa è lecita. Tutto si può fare. Perché più nulla si può dire. Tutto si è già detto. Non c'è più il problema di non giudicare. Giudicare è diventato lecito nel momento in cui ci sono uomini che fanno scienza dello sbranamento. Che sbranano con metodo altri uomini. Il giudizio diventa lecito e doveroso. Per convincersi di potere esistere. Senza chinare del tutto la testa. Perché forse poi così i muscoli del collo non perdono memoria del movimento verso l’alto. Non c’è più il problema di non giudicare. C’è il problema di non dire qualcosa che somigli a un giudizio già dato. Perché altrimenti fa ridere. E’ banale.
Bisogna per forza mettersi in posizioni inconsuete. Io ho scelto un cesso.
Ora le dirò. Le banalità. Ma non potrà non contare il fatto che le dico da un cesso. Che ho una bomba con me. Che farò già da domani, sì, da domattina richieste precise. (…)
Comincio a dire le banalità. (…)” 

La drammaturgia inizia con la pubblica lettura del testo scritto dall’operaio.
Con tale lettura, l’attore intende simulare il funerale di quel testo scritto. Ma questo vale per lui, solo per lui: per iniziare con un buon auspicio il processo di riscrittura orale. 

Accade così che per due sere, il 17 e il 18 marzo 2006, nel cesso del Teatro Officina Caos di Torino, l'attore rilegge e riassume ad oltranza lo scritto dell'operaio, per evocarne la rivolta e scoprire come raccontarne la storia.
In quelle due sere, davanti al cesso il pubblico trovava un pentolone con zuppa di fave calda e una damigiana piena di vino; su un tavolo pintoni e tubo per la spillatura del vino, bicchieri, piatti e posate. Tutti potevano servirsi e mangiare e bere.  Gli spettatori potevano poi a loro piacere entrare nel cesso e guardare ed ascoltare l'attore che leggeva seduto sulla tazza; usare normalmente i servizi e, dopo avervi sostato oppure no, uscire e tornare a mangiare e bere. Fuori dal cesso veniva diffuso con adeguata amplificazione l’audio di ciò che era detto dentro.
L'evento spettacolare del 17-18 marzo 2006 fu atto indispensabile per avviare quella drammaturgia mobile, compresente alla spettacolarità e basata sul confronto costante fra attore-autore e spazi e pubblici diversi, che è metodo fondante del lavoro della compagnia (nonostante ne sia poi nato uno spettacolo, in particolari situazioni l'evento rimane ripetibile quale alternativa o in abbinamento allo spettacolo stesso: dettagli e documentazione fotografica dell’evento alla pagina  http://www.ilbarrito.it/pdf/scheda%20IN-EC-CESSO.pdf).

L'attore-autore nei mesi successivi lavora alla ri-scrittura del testo, tenendo conto di tutto quanto avvenne (fuori e dentro di sé) nei due giorni di incontro con il pubblico nel cesso e di tutto quanto avviene (fuori e dentro di sé) mentre ri-scrive. Il copione che ne risulta si fa forte di un'utile precarietà: "Questo copione è il primo dei tanti che riscriverò di replica in replica, a seconda dei visi che mi troverò e mi sarò trovato di fronte. E dei cibi che avrò mangiato. E dei vini che avrò bevuto o non bevuto. E dei pezzi di vita che avrò vissuto. Questo copione è stato fatto per essere disfatto".

Il 21 settembre 2006 una prima versione di "IN-EC-CESSO Una bomba per cintura" debutta al Teatro Out Off di Milano, nell'ambito del Festival Internazionale della Nuova Drammaturgia Tramedautore 2006.

Altre repliche:

13-14 aprile 2007 - Teatro Fondamenta Nuove – Venezia – Festival DISSEZIONI

4 settembre 2007 – Palazzo Piozzo – Rivoli – Rassegna TEMPORANEA 07

 

Lo spettacolo (attore, pubblico e spazio)

L'attore legge ad oltranza un prologo seduto sulla tazza del cesso del teatro: il pubblico è indotto da quattro coni spartitraffico a transitare nel cesso, dove si ferma per il tempo che vuole, e può quindi prendere posto in platea.

Quando tutto il pubblico è transitato, l'attore raccoglie un rotolo di carta igienica e i coni spartitraffico, li porta in scena e inizia lo spettacolo.

 

 

Scrisse ancora l’operaio:

“Se l’ultima spiaggia è fatta di muri merda piscio e puzza. se per essere liberi e ascoltati  servono i cessi, allora edifichiamone ovunque.
Se nei cessi occorre morirci, facciamo in modo che almeno ogni piazza abbia un cesso.
Riabilitiamo i vespasiani.
Avendone tanti, forse nessuno sarebbe costretto a viverci”. 

 

 

***


 

Rassegna stampa

 

«Bisogna per forza mettersi in posizioni inconsuete...». Per forza. Per farsi ascoltare, per essere presi sul serio, per vincere la cortina anestetica dell’indifferenza, anche per dire banalità, ma banalità che pesino, che facciano rumore come un’esplosione.
Nei panni di jeans scolorito di un operaio esasperato dal mobbing, nauseato dalla catena di montaggio e ingannato dagli affetti, Marco Gobetti sta in equilibrio su un piede solo e racconta al pubblico del San Rocco una strana storia di rabbia e alienazione. Ha un computer palmare in una mano, un cellulare nella tasca e una bomba per cintura. Parla circondato da un recinto di carta igienica, le mura immaginarie e puzzolenti del bagno di una fabbrica: «il lavandino che gocciola sulla sinistra, l’orinatoio sulla parete di fondo. È importante che li visualizziate, perchè non conta tanto quello che dico, ma il cesso intorno». Un cesso: posizione inconsueta che l’operaio Ludovico si è andato a cercare un venerdì pomeriggio, poco prima della fine del turno di lavoro. Lì si è barricato e ci rimarrà per tre giorni; poi, se le sue richieste non verranno accettate, salterà in aria con cesso, mura e fabbrica. Perchè «uno crede sempre di dire le cose così, per dire, e invece le dice per fare...».
La bomba l’ha costruita seguendo le istruzioni di un giornale; la rabbia per farla esplodere l’ha accumulata in anni di piccoli e grandi maltrattamenti: un ec-cesso (come recita il titolo di questo inquietante ma iperrealistico monologo) di violenze psicologiche, delusioni, frustrazioni, logorio di nervi. Ha tre giorni e due notti per raccontarli, per scrivere un copione che continuamente disfa in un trita-documenti e ricompone sullo schermo del palmare, per spedire le sue parole via e.mail a qualcuno che forse ci crederà e le porterà in scena. Ha tre giorni e due notti per riprendersi la parte di protagonista della sua vita, per «smettere di bere spettacolo e dare spettacolo», per «diventare spettacolo, ritornando ad esistere».

Giorgia Marino - www.valenzaalchemica.it - 3 novembre 2007

 

E' opera di fantasia ma del tutto verosimile e alquanto sconvolgente questo curioso monologo di Marco Gobetti, attore ed autore che nel suo percorso dosa saggiamente esperienze in compagnia o in solitudine. Queste ultime però sono sempre marcate da una strenua esigenza narrativa. Vuole raccontare, e lo sa fare bene, certe storie. Come questa di un operaio barricatosi nel cesso di una fabbrica, esasperato dal mobbing, vessato da innumerevoli grandi e minute violenze; ha un palmare e un cellulare, comunica con l'esterno tramite e-mail e qualche furente risposta a un telefonino dotato di buffa suoneria, che sdrammatizza, perché il contesto è tragico. Appiccicata al busto, il protagonista ha una cintura di esplosivi. Si farà saltare in aria se la direzione non accetterà le sue richieste, che sono di poter andare a funghi qualche mattina, di avere insomma una vita più libera, scardinata dalla produzione. Quasi dialoga con il pubblico; su un palchetto rettangolare traccia limiti di carta igienica. Screzia di ironia un'attesa snervante, snocciolando un soliloquio di ottima fattura.


Maura Sesia  - La Repubblica, 15 settembre 2007

 

Come in un telegiornale, non si dà più il debito peso ai temi stringenti quando scorrono con noiosa, quotidiana implacabilità. La prima sorsata di birra è quella che conta, le altrea seguire diventano volume: così la parola kamikaze – simbolo attualissimo dell’estremo sprezzo per la vita – e la crisi della condizione operaia, tra mobbing come minaccia di licenziamento ed esternalizzazione in Paesi più agevoli, sono sempre più presenti e al tempo stesso più aeree nei media. Anche per tali motivi In-Ec-Cesso – una bomba per cintura, pièce che Marco Gobetti porta nel weekend in prima nazionale al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, va osservata con grande attenzione. Essa mette lo spettatore di fronte all’imminenza non concitata, al sereno ultimatum, consentendogli però i minuti per analizzare le motivazioni, sforzandosi di condividerle. Quello che il teatro, essendo vita, sempre dovrebbe porsi tra gli obiettivi. La rappresentazione inizia nei bagni, ove l’uditorio è condotto, e si fa scena sovrapponendo diversi piani narrativi, dall’interpretazione in soggettiva alla lettura dal documeto, con riserva di variare ad ogni replica. “Lo riscriverò – specifica Gobetti – a seconda dei visi che mi troverò e mi sarò trovato di fronte. E dei cibi che avrò mangiato. E dei vini che avrò bevuto o non bevuto. E dei pezzi di vita che avrò vissuto.Questo copione è stato fatto per essere disfatto”. Sullo sfondo ma sempre presenti, i temi del ritorno al luddismo via e-mail e dell’autoconservazione, che forse per una volta non ha la meglio sull’abbandono finale di un ambiente dove pur sempre “l’operaio conosce trecento parole e il padrone mille, per questo è il padrone”, come nella lezione di Fo. Parole nuove, magari inglesi e articolate a esprimere modernità. Inserita nel cartellone della rassegna Dissezioni, dedicata al teatro sperimentale italiano, In-Ec-Cesso sosterà nella sede lagunare le due serate di venerdì 13 e sabato 14: l’autore torinese ne cura anche la regia, qualifica maturata in parallelo ad un’intensa vita attoriale  che dal 1993 lo ha portato a collaborare con numerosi protagonisti dei circuiti underground, fino al teatro di strada.

 

Enrico Veronese – Il Venezia, 11 aprile 2007

 


 

 

 

Ultimo aggiornamento: 10-11-07