LO STAGNO

giocatori Delfina Marco

maschere di fango Linda Giuseppe

 


                                              scheda spettacolo ]
                           


Testo di

Marco Gobetti


Rielaborazione drammaturgica e realizzazione

Anna Delfina Arcostanzo, Marco Gobetti

Con
Anna Delfina Arcostanzo, Marco Gobetti


Musiche originali
Mario Actis

Luci
Paola Gousse

 

Le basi

 

Estate.

Un attore e un’attrice in giro per le piazze a raccontare una storia, improvvisando un dialogo.

L’improvvisazione è giocata su un canovaccio minimo: un nonno e un nipote in giro, con il nipote che vuole sempre tornare a casa e il nonno che non vuole.


Pomeriggio di agosto, a san Giminiano. L’attore e l’attrice si riposano su una panchina sotto i portici, prima di iniziare lo spettacolo in piazza. L’attrice si sveglia: ha appena sognato suo nonno. Prima che le immagini svaniscano, scrive di getto su un taccuino l’intera vicenda che ha visto in sogno. Quindi cerca le scarpe, che aveva posato accanto alla panchina, ma non le trova: evidentemente qualcuno le ha prese, oppure le aveva posate altrove.

 

L’attore e l’attrice cominciano a improvvisare in piazza, lui con le scarpe e lei senza scarpe.

 

La drammaturgia

 

Autunno.

L’attore scrive un copione. Della storia iniziale, del nonno e del nipote, non rimane quasi nulla nel testo. L’attore fa nascere e crescere il testo intorno all’improvvisazione in piazza di quel pomeriggio, ma anche intorno a tutto ciò che è accaduto prima e dopo quell’improvvisazione, al pubblico che vi ha partecipato, ai volti visti e alla notte passata a dormire in macchina prima di ripartire verso altri luoghi, dove, nel caso in cui ne avessero avuto voglia, lui e l’attrice avrebbero improvvisato. Da tutto ciò nascono tante altre storie e pensieri e sogni.

Della storia è parte integrante il sogno fatto dall’attrice sulla panchina, trascritto integralmente dal foglietto del taccuino su cui l’aveva annotato appena sveglia.

 

Inverno.

L’attore legge il testo con l’attrice. Durante le prime letture cambiano non solo le battute, ma anche la storia. Alla storia si aggiungono nuove vicende. E se questo accade in una lettura del mattino, spesso quelle vicende scompaiono prima dell’ultima lettura della sera. Per un mese le letture si susseguono una dopo l’altra - intervallate dalle normali attività (mangiare, dormire e così via) - in una casa di Torino, spesso davanti ad una stufa a legna. Proprio nelle pause per caricare la stufa di legna, a turno i due cominciano a parlarsi senza leggere.

 

La preparazione

 

Primavera.

Le prove, nella mensa popolare della cooperativa IN/CONTRO, a Torino.

L’attore e l’attrice continuano a parlarsi, ora muovendosi nello spazio, ora tornando a sedersi di fronte, per non dimenticare la panchina la stufa e le stagioni precedenti.


Lo spettacolo


Un uomo e una donna.
Lui veste una divisa militare e ha un paio di scarponi ai piedi, lei ha i piedi scalzi e indossa un vestito a fiori.
Lui è tornato da una guerra. Lei no.
Lei vuole festeggiare il suo ritorno. Lui non vuole.
Lei vuole che lui ricordi di quando si volevano bene e di suo nonno e delle storie che raccontava e di tante altre cose, ma lui non vorrebbe: forse ricorderà. Lui tiene tanto ai suoi scarponi.
Lei vuole che lui riveda i propri genitori, lui non vorrebbe: forse li rivedrà. Lui tiene tanto ai suoi scarponi.
Lei canta e vuole che lui canti, lui non vorrebbe: forse canterà. Lui tiene tanto ai suoi scarponi.
Lei vuole che lui si tolga la divisa, lui non vorrebbe: forse la toglierà. Lui tiene tanto ai suoi scarponi.
Lei vuole che lui si tolga gli scarponi.
E glielo chiede tante volte.
Lui non vuole. E nega tante volte.
Lei insiste tante volte. Lui le chiede un bacio in cambio, tante volte.
E lei glielo nega, tante volte.
Ma che cosa c'è negli scarponi?



Qualche pezzo di storia


La curiosità ai giorni nostri purtroppo è lecita solo ogni qual volta non comporti desiderio di novità, di cambiamento. Chi comanda non vuole rischiare.

[ … ]

 

GIUSEPPE – Non accetto colpe. Colpevole mi dà noia. Perché sei già qui?

LINDA - (indicando il piatto) Era già pronto.

GIUSEPPE - Vuole dire che qualcuno ci pensa. C'è chi pensa all'arredo. Fa sempre piacere. (Indicando il piatto) Cos’è?

LINDA – Minestrone.

GIUSEPPE - Non lo mangio il minestrone. Non ho fame. Almeno fossero frattaglie.

LINDA – (precipitandosi a impastare il fango nel piatto) Se vuoi te le preparo.

GIUSEPPE -  Non le mangio le frattaglie. Non ho fame.

LINDA - Non ti piacciono più le frattaglie?!

GIUSEPPE - Certo che mi piacciono. E pure tanto. Che cosa c'entra? A te piacciono le violette. Almeno: mi pare ti piacessero le violette. Ti  piacciono ancora le violette?

 

Linda annusa a lungo il fango nel piatto.

 

LINDA - Sì.

GIUSEPPE - Quanto?

LINDA - (annusando il fango) Tanto.

GIUSEPPE - Già. Tanto. Ti piacciono tanto. Le violette.

E forse che te le mangi le violette?

LINDA – Giuseppe!

GIUSEPPE – No, non le  mangi. Allora fatti gli affari tuoi. Non ho fame. Non mangio.

LINDA - Sai perché ti piacciono tanto le frattaglie in umido?

GIUSEPPE - E' la prima di una lunga serie di domande o siamo arrivati alla fine?

LINDA - Giuseppe…

GIUSEPPE - Corte marziale o fucilazione diretta? Spara allora! Spara frattaglie. Dimmi delle frattaglie. Parla di pezzi di carne. Parla del sugo speziato. Riempi la  bocca di sangue. Che sarà mai? Uno sparo.

 

Linda lo guarda. Giuseppe abbassa la testa.

Giuseppe alza la testa e la guarda.

 

GIUSEPPE - (strafottente, facendo segno col dito) Pum. Uno sparo.

LINDA - Uno solo.

GIUSEPPE - Uno. Basta uno.

LINDA - Un solo sparo.

GIUSEPPE - Basta uno, a volte.

LINDA - E dove ti sparo? Ti sparo in bocca? Pensi che basti? Pensi che basti a tacere? Un supplizio per chi non si ferma? Frattaglie. Sono solo frattaglie.

 

Linda posa con rabbia il piatto sul tavolo.

 

LINDA - Il rumore dei grilli è lontano. E si perde. Sei tu. Giuseppe nega muovendo la testa.

Il  canto del gallo fa ridere in sogno. Ogni mattina. Sei tu. Giuseppe nega muovendo la testa.

Il grano battuto. Un gran polverone. Mi spacca i polmoni. Ma non può fare male: lo sento. Sei tu. Giuseppe nega muovendo la testa.

Un carro pieno di fieno corre su un cielo sempre più nero e forse è perduto; ma piove che il carro è appena arrivato in cascina e il fieno si salva. Sei tu. Giuseppe nega muovendo la testa.

Tu che non vuoi mai fermarti. Tu che condanni chi scappa. E non perdoni chi resta. Sono solo frattaglie. Col vino. Sanno di marcio, col vino. Giuseppe si volta e la guarda.

Il marcio più buono che esista. Il marcio che non te ne accorgi. Fumava e rideva. Fumava davvero, lui. “Non te ne accorgi” e poi serio, un'altra boccata. Non era per  finta. E tu lo ascoltavi, mio nonno, “non te ne accorgi”, un'altra boccata, e rideva di nuovo... Eccome se lo ascoltavi. Fumava davvero. Non era per finta lui. Ma quella notte, quella là, perché siamo andati allo stagno?

GIUSEPPE – Era una sera come tutte le altre.

LINDA – No! C'era stata la morte, dal nonno.

GIUSEPPE – (incalzandola) La testa dell'oca che  rotola in terra. Il corpo dell'oca che corre a zig zag e scompare dietro ai maiali. Chi è? Non lo so. Forse cerca altre teste. O forse sei tu.

(cingendola con le braccia e stringendo) Otto conigli appena nati. Li mangia tutti la mamma. Chi è? Non lo so. Forse ha capito che sono parenti. O  forse sei tu.

(stringendola sempre più forte) Dimmi se sono, se siamo o se siete. Scompari nella peschiera piuttosto. Fai stare zitte le rane. (gettandola a terra) Non voglio sentirle cantare.

LINDA – (sommessamente) Cra cra cra. [ … ]

 

La curiosità può innescare violenza. Ogni atto di violenza genera una sconfitta. Ma ogni sconfitta genera qualche ribelle. E le rane cantano.


 




                                        


“Lo stagno” è nato in una piazza, la sua drammaturgia in due attori che giocavano a improvvisare i loro sogni per la strada, di fronte a gente che, avendo camminato, voleva fermarsi: allora è nato anche in quella gente. È arrivato poi in scena come atto unico giocato da quegli stessi attori con nuova gente, gente seduta; giocato un po’ sopra le righe della realtà e un po’ sotto, nella terra molle in cui gli stagni affondano le radici.

Anna Delfina Arcostanzo



                           


I giocatori sono gli attori che giocano. I giocatori non potranno mai prescindere da quello che realmente sono, da quello che vivono, pensano, provano e sognano: godere di un sorriso è la rivolta di un attimo, una di quelle rivolte che, se ricordate una per una, creano rivoluzioni utili.  I giocatori compiono riti profani con gli occhi di chi è sacro dentro, mostrano senza pudore i brandelli più marci di sé, sapendo che solo gli scarti brillano sotto ogni luce.
L’uomo e la donna giocheranno. I sorrisi saranno i loro. I giocatori conoscono bene i loro sorrisi. Nascono da una speranza. La loro speranza è quella di avere forza. La  forza di chi è stanco, ma non si nasconde per dormire e resiste e gli occhi ad un tratto gli si spalancano e vede lontano. Saranno stanchi, tanto più stanchi quanto più tardi nella serata giocheranno.
E se giocheremo al mattino o al pomeriggio saranno stanchi di aspettare dalla sera prima.
Il testo verrà scritto solo per essere visto e ascoltato, una volta che sia stato fatto gioiosamente a pezzi. Le battute sono palline o fucilate, dipende da come le accartocci e le tiri: conta niente chi le ha scritte. Se uno le ha scritte è per darle ad altri. Se quello lì, quello che le ha scritte, ci vuole giocare anche lui con quelle battute, è meglio che si sbrighi e impari a morire.


Marco Gobetti, da una nota che precede il copione

 

“ [...] La Torino sotterranea, quella invisibile agli occhi dei più, offre tesori insospettabili, tanto più preziosi in quanto gratuiti, ideati e realizzati per un credo profondo e per l’urgenza del dire.
Anna Delfina Arcostanzo e Marco Gobetti - una delle anime del Barrito degli Angeli - stanno provando in questi giorni in uno scantinato di Vanchiglia, il frutto di un pensiero lungo che si distilla in teatro. S’intitola Lo stagno, racconta di cascine e di guerra, di rane, di paglia, dell’essere custodi di storie che sono segreti di vita e di morte. Racconta di una piemontesità senza confini, senza nostalgie, senza folclore deleterio, metabolizzando una cultura e innervandola della forza di un presente che è al tempo stesso metafora e pane spezzato. Anna Delfina Arcostanzo e Marco Gobetti recitano con una naturalezza conquistata che avvince, innestata com’è su un tessuto linguistico complesso. Un’operazione esemplare che parte dal cuore e si fa intelligenza.”

Alfonso Cipolla, “La Repubblica”, 7 marzo 2004

 

Ultimo aggiornamento: 11-11-07