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Le basi
Estate. Un attore e un’attrice in giro per le piazze a raccontare una storia, improvvisando un dialogo. L’improvvisazione è giocata su un canovaccio minimo: un nonno e un nipote in giro, con il nipote che vuole sempre tornare a casa e il nonno che non vuole.
L’attore e l’attrice cominciano a improvvisare in piazza, lui con le scarpe e lei senza scarpe.
La drammaturgia
Autunno. L’attore scrive un copione. Della storia iniziale, del nonno e del nipote, non rimane quasi nulla nel testo. L’attore fa nascere e crescere il testo intorno all’improvvisazione in piazza di quel pomeriggio, ma anche intorno a tutto ciò che è accaduto prima e dopo quell’improvvisazione, al pubblico che vi ha partecipato, ai volti visti e alla notte passata a dormire in macchina prima di ripartire verso altri luoghi, dove, nel caso in cui ne avessero avuto voglia, lui e l’attrice avrebbero improvvisato. Da tutto ciò nascono tante altre storie e pensieri e sogni. Della storia è parte integrante il sogno fatto dall’attrice sulla panchina, trascritto integralmente dal foglietto del taccuino su cui l’aveva annotato appena sveglia.
Inverno. L’attore legge il testo con l’attrice. Durante le prime letture cambiano non solo le battute, ma anche la storia. Alla storia si aggiungono nuove vicende. E se questo accade in una lettura del mattino, spesso quelle vicende scompaiono prima dell’ultima lettura della sera. Per un mese le letture si susseguono una dopo l’altra - intervallate dalle normali attività (mangiare, dormire e così via) - in una casa di Torino, spesso davanti ad una stufa a legna. Proprio nelle pause per caricare la stufa di legna, a turno i due cominciano a parlarsi senza leggere.
La preparazione
Primavera. Le prove, nella mensa popolare della cooperativa IN/CONTRO, a Torino. L’attore e l’attrice continuano a parlarsi, ora muovendosi nello spazio, ora tornando a sedersi di fronte, per non dimenticare la panchina la stufa e le stagioni precedenti.
[ … ]
GIUSEPPE – Non accetto colpe. Colpevole mi dà noia. Perché sei già qui? LINDA - (indicando il piatto) Era già pronto. GIUSEPPE - Vuole dire che qualcuno ci pensa. C'è chi pensa all'arredo. Fa sempre piacere. (Indicando il piatto) Cos’è? LINDA – Minestrone. GIUSEPPE - Non lo mangio il minestrone. Non ho fame. Almeno fossero frattaglie. LINDA – (precipitandosi a impastare il fango nel piatto) Se vuoi te le preparo. GIUSEPPE - Non le mangio le frattaglie. Non ho fame. LINDA - Non ti piacciono più le frattaglie?! GIUSEPPE - Certo che mi piacciono. E pure tanto. Che cosa c'entra? A te piacciono le violette. Almeno: mi pare ti piacessero le violette. Ti piacciono ancora le violette?
Linda annusa a lungo il fango nel piatto.
LINDA - Sì. GIUSEPPE - Quanto? LINDA - (annusando il fango) Tanto. GIUSEPPE - Già. Tanto. Ti piacciono tanto. Le violette. E forse che te le mangi le violette? LINDA – Giuseppe! GIUSEPPE – No, non le mangi. Allora fatti gli affari tuoi. Non ho fame. Non mangio. LINDA - Sai perché ti piacciono tanto le frattaglie in umido? GIUSEPPE - E' la prima di una lunga serie di domande o siamo arrivati alla fine? LINDA - Giuseppe… GIUSEPPE - Corte marziale o fucilazione diretta? Spara allora! Spara frattaglie. Dimmi delle frattaglie. Parla di pezzi di carne. Parla del sugo speziato. Riempi la bocca di sangue. Che sarà mai? Uno sparo.
Linda lo guarda. Giuseppe abbassa la testa. Giuseppe alza la testa e la guarda.
GIUSEPPE - (strafottente, facendo segno col dito) Pum. Uno sparo. LINDA - Uno solo. GIUSEPPE - Uno. Basta uno. LINDA - Un solo sparo. GIUSEPPE - Basta uno, a volte. LINDA - E dove ti sparo? Ti sparo in bocca? Pensi che basti? Pensi che basti a tacere? Un supplizio per chi non si ferma? Frattaglie. Sono solo frattaglie.
Linda posa con rabbia il piatto sul tavolo.
LINDA - Il rumore dei grilli è lontano. E si perde. Sei tu. Giuseppe nega muovendo la testa. Il canto del gallo fa ridere in sogno. Ogni mattina. Sei tu. Giuseppe nega muovendo la testa. Il grano battuto. Un gran polverone. Mi spacca i polmoni. Ma non può fare male: lo sento. Sei tu. Giuseppe nega muovendo la testa. Un carro pieno di fieno corre su un cielo sempre più nero e forse è perduto; ma piove che il carro è appena arrivato in cascina e il fieno si salva. Sei tu. Giuseppe nega muovendo la testa. Tu che non vuoi mai fermarti. Tu che condanni chi scappa. E non perdoni chi resta. Sono solo frattaglie. Col vino. Sanno di marcio, col vino. Giuseppe si volta e la guarda. Il marcio più buono che esista. Il marcio che non te ne accorgi. Fumava e rideva. Fumava davvero, lui. “Non te ne accorgi” e poi serio, un'altra boccata. Non era per finta. E tu lo ascoltavi, mio nonno, “non te ne accorgi”, un'altra boccata, e rideva di nuovo... Eccome se lo ascoltavi. Fumava davvero. Non era per finta lui. Ma quella notte, quella là, perché siamo andati allo stagno? GIUSEPPE – Era una sera come tutte le altre. LINDA – No! C'era stata la morte, dal nonno. GIUSEPPE – (incalzandola) La testa dell'oca che rotola in terra. Il corpo dell'oca che corre a zig zag e scompare dietro ai maiali. Chi è? Non lo so. Forse cerca altre teste. O forse sei tu. (cingendola con le braccia e stringendo) Otto conigli appena nati. Li mangia tutti la mamma. Chi è? Non lo so. Forse ha capito che sono parenti. O forse sei tu. (stringendola sempre più forte) Dimmi se sono, se siamo o se siete. Scompari nella peschiera piuttosto. Fai stare zitte le rane. (gettandola a terra) Non voglio sentirle cantare. LINDA – (sommessamente) Cra cra cra. [ … ]
La curiosità può innescare violenza. Ogni atto di violenza genera una sconfitta. Ma ogni sconfitta genera qualche ribelle. E le rane cantano.
“ [...] La Torino sotterranea, quella
invisibile agli occhi dei più, offre tesori insospettabili, tanto
più preziosi in quanto gratuiti, ideati e realizzati per un credo
profondo e per l’urgenza del dire.
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Ultimo aggiornamento: 11-11-07