Barrito - Fabrizio Galatea Produzioni Percorsi Progetti Contatti
 

 


Soleblu - Beato colui che è soccorso a volte dal bocca a bocca (2004)

Deserti (2004)

Peep-show - 10 Kopeken (2003)

Apocalisse - Studio sulla rivelazione (2003)

Amor (2001)

Guerra e pace - Spettacolo per otto stanze (2000)

Teatro Super8 (1999)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Soleblu - Beato colui che è soccorso a volte dal bocca a bocca

Lo specchio di Narciso si ribalta e si supera nella visione e nel contatto con l’altro. Narciso non è più autoreferenziale, onanistico, diviene la ricerca dello specchio negli occhi, nelle labbra, nelle mani dell’altro. La ricerca del riflesso diventa un’esigenza fisiologica che si moltiplica in relazione a quanto cresce la coscienza di sé e del mondo. È proprio la consapevolezza a rendere palese un desiderio inconscio: la necessità di confrontarsi con uno specchio, il bisogno di un riflesso, di un’eco. La stessa natura ontologica della luce e del suono sembra essere fatta apposta per rifrangersi e riflettersi nel mondo.
Amanda è una cantante argentina di origini italiane. Canta tutte le sere a Buenos Aires in un locale chiamato Soleblu. Amanda è di origini umili, a cinque anni le viene diagnosticata una malattia cronica ai polmoni. A diciotto anni si trasferisce a Buenos Aires per seguire una scuola di canto. Nel giro di pochi anni Amanda diventa una delle cantati più interessanti della capitale argentina, ogni sera il suo locale registra il tutto esaurito.
Un giorno, casualmente, scopre su una rivista d’arte un quadro di una pittrice italo-russa intitolato sole blu. Affascinata dalla coincidenza, Amanda cerca l’indirizzo di Marina e le scrive.

Marina è una pittrice, padre italiano, docente universitario, madre russa, fotografa. Marina è di famiglia benestante, la sua formazione la porta a viaggiare molto e nel corso dei suoi viaggi incontra diversi amori, tutti burrascosi. Dopo i primi successi in alcune gallerie romane si trasferisce a Parigi per tentare il grande salto. La sua ricerca artistica la porta a moltiplicare ossessioni e desideri, l’unico punto di riferimento è Gérard, il suo gallerista. Dopo qualche mese s’innamora di Yukio, un giovane studente di architettura che ha posato come modello nel suo atelier.

Testo e regia: Fabrizio Galatea
Con: Tiziana De Longhi, Daniela Vassallo, Marco Amistadi, Claudia Appiano
Musiche originali di Marco Amistadi eseguite da Mario Actis e Fabrizio Rat Ferrero
Aiuto regia: Stefania Burdino.










 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Deserti

Fa che il seme sia inesauribile, fa che non si esaurisca mai e che generi un nuovo seme il prossimo anno
antica preghiera contadina indiana

In un futuro prossimo il mondo è sconvolto da un cambiamento di clima repentino: la temperatura aumenta, i fiumi si prosciugano rapidamente e le pianure si trasformano in deserti. Nel giro di pochi mesi scompaiono i grandi cereali coltivati. Emanuele, soldato, spia, faccendiere, va alla ricerca di un misterioso personaggio che si aggira nel deserto con un sacco di semi di sorgo. Sul suo cammino il soldato incontra prostitute, eremiti e altri militari… Il deserto colpisce soprattutto per la dimensione che tempo e spazio assumono.
Il deserto è un non luogo in cui gli spazi si annullano: centinaia di chilometri di sabbia, pochi punti di riferimento, luce forte, senza sfumature. Nel deserto il tempo entra in un’altra dimensione, una dimensione estrema, circolare: si ripetono ore, giorni, mesi, il tempo nel deserto trascorre senza gradi, senza passaggi e con l’unica cesura forte tra il giorno e la notte.

Il corpo nel deserto ha una velocità altra, necessità altre, desideri altri.

Con: Mario Actis, Delfina Arcostanzo, Tiziana De Longhi, Gian Carlo Fantò, Marco Gobetti, Massimo Martino, Eva Rossi, Alberto Rumiano, Daniela Vassallo
Musica: Mario Actis
Immagini: Elena Brogliato, Marco Duretti
Testo e regia: Fabrizio Galatea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Peep-show

Il peep-show è quel luogo di confine dove si può consumare sesso visivo a basso costo e senza rischi particolari.
Il peep-show è uno spazio chiuso (una cabina, un vetro), dove lo scambio comunicativo è univoco (i performer erotici spesso neanche vedono lo spettatore) e il gioco voyeuristico ridotto ai minimi termini. L’etimo inglese (to peep significa sbirciare) evidenzia, infatti, una funzione in potenza (l’atto di osservare qualcosa che è nascosto e che normalmente non è dato vedere) che si traduce nel suo esatto opposto: lo spettatore non sbircia nulla, poiché l’attore erotico è posto, in un dato tempo, in un dato luogo, per soddisfare esplicitamente i desideri di chi guarda. Il peep-show si configura quindi come inganno, come strumento gratificante che autosvela un finto appagamento. Ma a differenza di altri meccanismi in cui la gratificazione si basa su un inganno convenzionale tacitamente accettato dai protagonisti stessi (pensiamo ad esempio, per restare in ambito sessuale, alla prostituzione), nel peep-show manca lo scambio umano, e dunque il sentimento, l’alea. Questa struttura (spazio chiuso, mancanza di scambio, finto voyeurismo, inganno) è riprodotta, in termini più subdoli e latenti, in diversi meccanismi di comunicazione contemporanea: basti pensare, per restare a quelli più espliciti, al reality show (grande fratello ecc.) alla tv sensazionalista.

Oltre a questo scambio ingannevole il peep-show (nel suo essere spettacolo) mostra una caratteristica essenziale del luogo chiuso: divenire spazio segregato e intimo. Anche in questo caso l’estremità della situazione (un vetro, una cabina, un’esibizione sessuale, qualcuno che guarda) allarga il significato di segregazione e intimità. Chi guarda nel peep-show esercita un potere, il gioco gratificante è reso tale proprio dall’esercizio di quel potere; l’attore erotico si sottomette al potere restituendolo in un giuoco di specchi come un narciso perverso. Lo spazio chiuso, dunque, (potremmo quasi definirlo privato) è, spesso e sempre più, un luogo di controllo sociale e di conservazione del potere. La nascita stessa del luogo di internamento (carcere, manicomio, ma anche scuola e ospedale) ha come scopo il controllo sociale e il rispetto di regole, precetti, convenzioni. Questi spazi facilitano chi deve sorvegliare, dunque guardare che nell’isolamento tutto si svolga secondo le regole stabilite. Il luogo chiuso dunque si confonde in se stesso: da zona di internamento diventa zona privata (ufficio, abitazione, hotel, cabina) apparendo uno spazio intimo (fisico, immaginario) in cui ci si può isolare e mostrarsi diversamente dallo spazio pubblico.

Lo spettacolo s’interroga su questi meccanismi, cercando di svelarne le origini, i motivi, le strutture profonde. Perché la segregazione spaziale e, in senso lato, anche una certa visione dell’intimità, sono strettamente collegate al potere e quindi assoggettate ad esso? Questi rapporti, spesso inconsapevoli, sono analizzati attraverso i cosiddetti comportamenti passivi di accettazione del potere (inserimento in una scala gerarchica del potere, preservazione della proprietà, ricerca di beni materiali che danno benessere, accettazione di norme comportamentali riconosciute socialmente) e comportamenti di eversione o ribellione propositiva alla conservazione (sogno, psicosi, dipendenza, fuga, creazione).
Lo spazio scenico di Peep-show, è un luogo ambiguo: lo spettatore, dotato di una scheda perforata e di dieci kopeke, si trova di fronte a sette cabine immerse in un acquario notturno dove ruffiani post-moderni lo accompagnano dal superpappone per depositare l’obolo, dopodiché il ruffiano lo conduce alla prima cabina prescelta…

Ideazione collettiva Barrito degli Angeli

Con: Fulvio Abbracciamento, Mario Actis, Tiziana De Longhi, Marco Gobetti, Massimo Martino, Ivan Pisino, Eva Rossi, Daniela Vassallo
Scenografia: Lina Fucà
Fotografie: Elena Brogliatto
Musiche: Mario Actis, Ivan Pisino
Drammaturgia: Fabrizio Galatea, Marco Gobetti
Regia: Fabrizio Galatea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Apocalisse - Studio sulla rivelazione

Il nostro studio è partito dall’apocalisse di Giovanni, l’apocalisse eccellente della cultura occidentale. Il testo sacro si autodefinisce e autodeclina come rivelazione, una rivelazione che anche spogliata del suo significato simbolico e religioso resta un testo inquietante, violento, misterioso, tragico. Ma purtroppo la sua violenza, la sua guerra non turba più nessuno perché parla di guerra e violenza lontane, passate, entrate in qualche modo nella letteratura e quindi sepolte innocue nel nostro inconscio. Come per altro sono lontane le violenze che sentiamo e ascoltiamo dalle gole e dalle penne dei giornalisti: letteratura anche la guerra vicina, rimozione anche la guerra vicina come se la guerra appartenesse solo agli uomini che la fanno e a quelli che la subiscono.
Così l’uomo contemporaneo si deforma nella sua normalità, deformazione fisica, ferita del suo spirito, coperta da cappelli, camicie, scarpe, stracci, giornali, telefoni, portatili e quant’altro serva per coprire, nascondere.
Ma c’è un’altra rivelazione, a noi vicina e sconosciuta, una rivelazione che è pece viva, per il solo fatto di svelare, togliere, scoprire, denudare, questa rivelazione non è letteratura, ma amore, amore per la terra, per il mare, per il cielo, e soprattutto amore per il fuoco.
È stata detta e non scritta nel 1947.

Vidi poi salire dalla terra un'altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita. Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta. Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia. Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome.
Apocalisse – San Giovanni

Con: Delfina Arcostanzo, Tiziana De Longhi, Marco Gobetti, Jean-Claude Levèque, Beppe Rizzo, Eva Rossi, Daniela Vassallo
Interventi scenografici: Elena Brogliatto, Lina Fucà
Musiche: Mario Actis, Ivan Pisino
Regia: Fabrizio Galatea

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amor

Nel progetto si intersecano e si fondono: l'amore, tema dello spettacolo, e la dimensione spaziotemporale della messinscena, costituita da percorsi in cui luogo e tempo sono in continuo movimento. L'amore è una forza irrapresentabile, lo spazio e il tempo dello spettacolo sono la rappresentazione di questa intimità.

Il nucleo della rappresentazione è una visione dialettica del divenire: il processo della messinscena (attraverso gli attori e il pubblico), il processo scenografico (attraverso un'evoluzione fisica), e il processo dei flussi narrativi paralleli (uomo e donna).
Il flusso della narrazione è organizzato attraverso il montaggio parallelo della partitura maschile e di quella femminile, un coro a due voci che definisce lo spazio e l'ambiente sonoro della rappresentazione.

Lo spazio è creato e delimitato dagli attori attraverso la presenza fisica e segni visivo-sonori. All'interno delle cinque aree previste le figure sceniche disegnano l'intimità entro la quale siamo chiamati a muoverci, come fossimo condotti in un percorso che attraversa lo spazio cui ci troviamo di fronte: una guida, un suggerimento, una chiave di lettura.
Il dato principale della scenografia (oltre all'essenzialità spesso ispirata a contrapposizione antitetica, meno/più, nero/bianco) è il mutamento.

I testi sono originali e prendono spunto da molteplici suggestioni: Resnais, Tatlin, Amado, Ashby, Melotti, Hartung...
I costumi rappresentano una sorta di trasparenza mimetica che consente alle figure sceniche di muoversi nello spazio con un impatto visivo definito.
L'ambiente sonoro è attivato direttamente dagli attori. Il movimento audio si svolge lungo l'asse del tempo: rimanda allo spazio della memoria e alla proiezione del futuro del flusso narrativo.

Drammaturgia: Fabrizio Galatea
Con: Fulvio Abbracciavento, Paolo Astrua, Elena Bosco, Tiziana Delonghi, Marco Gobetti, Silvia Limone, Massimo Martino, Eva Rossi, Daniela Vassallo, Davide Viano
Colui che disegna: Marco Fantozzi
Scenografia: Elena Brogliatto, Lina Fucà
Musica ed effetti sonori: Fabio Coggiola
Musicisti: Mario Actis, Marco Amistadi, Giulia Marasso, Ivan Pisino, Giuseppe Rizzo
Aiuto regia: Maristella Gallocchio
Regia: Fabrizio Galatea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guerra e Pace - Spettacolo per otto stanze

 

Otto personaggi raccontano, leggono, guardano, profumano, ascoltano, toccano esperienze di guerra ed esperienze di pace; i personaggi agiscono in un edificio a due piani, ciascun attore ha uno spazio fisico definito e delimitato; il tempo della rappresentazione non è dato, gli spettatori possono visitare lo spettacolo in un tempo variabile: apertura dello spettacolo ore 20.00, chiusura ore 24.00.

Il tema principale dello spettacolo è la guerra/pace. La guerra (di conseguenza anche la pace) è vista in senso stretto e in senso lato; le storie riguardano più epoche; la ricerca non è indirizzata a grandi eventi ma a storie piccole, quotidiane, personali.

Il tema comune è la guerra come assenza di coscienza e conoscenza e la pace come consapevolezza e maturità. I soggetti dei singoli racconti sono elaborati di storie e vicende realmente accadute.
All'interno dei singoli spazi ci sono contaminazioni con altre forme artistiche, la pittura, la scultura, la musica, la fotografia, il cinema, la computer grafica.

Con: Fulvio Abbracciavento, Elena Bosco, Elena Formantici, Marco Gobetti, Silvia Limone, Eleonora Mino, Giuseppe Rizzo, Eva Rossi, Marco Scabbia, Davide Viano
Musiche originali: Mario Actis, Fabio Coggiola, Ivan Pisino
Cantante: Delfina Arcostanzo
Scenografia: Elena Brogliatto, Lina Fucà
Regia: Fabrizio Galatea
Consulenza letteraria: Erika Bertolino, Jean-Claude Leveque

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Teatro Super8

Teatro super8 è un racconto-performance. La storia è una libera interpretazione del mito greco di Fetonte, il figlio del sole; la performance è eseguita da un attore, Marco Gobetti, sotto forma di racconto. L'elemento visivo e l'elemento sonoro sono parte attive della narrazione, cinque proiettori super8 compongono immagini che filtrano attraverso un telo su cui l'artista Lina Fucà dipinge le sensazioni che la storia evoca; la musica, eseguita dal vivo con un flauto dal compositore Ivan Pisino, trasporta le suggestioni create dalle parole e dalle immagini.

L'idea dello spettacolo nasce dall'esigenza di contaminare diverse forme d'arte come la pittura, il teatro, il cinema, la musica: nella messinscena non esiste una forma espressiva preponderante, superando così il concetto di scenografia e di accompagnamento. Altro elemento decisivo della performance è l'idea di uno spettacolo proposto come processo e non come atto e dato, il pubblico assiste alla costruzione della messinscena, può osservarne i meccanismi e l'incanto.

Con: Lina Fucà, Marco Gobetti, Ivan Pisino
Immagini Super8: Paolo Rapalino
Drammaturgia e regia: Fabrizio Galatea